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Le “Terre” del magazine, viaggio nelle Cinque Terre

Direste quasi che il mare se le inghiottirebbe volentieri quelle casette parate a festa con i loro colori, e i panni stesi al vento ad asciugare, ma queste
resistono, solidamente aggrappate alla roccia, e continuano a prenderlo in giro da secoli, facendosi beffe delle sue burrasche e delle sue tempeste. E quando il mare tace, tutt’attorno, c’è la quiete di un sospiro. Immaginate la scena: drappeggi celesti intessuti di luce danzano sotto la spinta del libeccio e, oltre la costa, dopo l’esigua cerchia di case, attraverso i declivi terrazzati e i tipici muri a secco, le agavi che di tanto in tanto fanno capolino sembrano nascere dal nulla come sospese, in un giardino pensile che cresce sempre più rigoglioso, fino ad incontrare le pinete sconfinate dei promontori e i boschi di acacia delle prime alture.

Un paesaggio del genere, dove il mare e la terra si fondono insieme dando vita a ripide scogliere a ridosso di acque profondissime e scure, è quasi impossibile da trovare: bisognerebbe chiedersi se quel giorno il “Creatore” non avesse niente di meglio da fare che mettere in ombra le restanti meraviglie da Lui già create. Questa tavolozza naturale, tanto perfetta da sembrare irreale, non pare accorgersi del resto del mondo, chiusa in un limbo paradisiaco dove chi la abita ascolta da sempre la voce del mare, anziché il rumore assillante del traffico. Una voce incantevole, che sa farsi voler bene malgrado il carattere irascibile delle sue onde, ma ancora più incantevoli sono le storie che ha da raccontarci, così emozionanti da togliere il fiato: storie che narrano le gesta di un popolo fiero, l’unico che è riuscito a domare una terra impervia e battuta dall’implacabile sole della costa, diventando dall’umile testimone che era all’inizio, l’indiscusso padrone di quella riva proibita, riuscendo infine a dividersela con il mare che non ha mai smesso di reclamarla.

Una convivenza difficile ma che, nel corso degli anni, ha dato i suoi frutti. Dall’esperienza secolare di chi è riuscito ad ammansire le asperità del luogo, ne è in fatti derivato un binomio inscindibile, quello fra uomo e natura, difficile da comprendere quanto anche solo da immaginare. Perché? – Vi chiederete – La risposta è semplice: se potessimo osservare uno ad uno i volti dei contadini più anziani, ecco che le rughe di fatica impresse sulla loro fronte ci sembrerebbero subito ricalcare quei solchi della terra che li ha sfamati; i loro occhi grinzosi ricordano le pozze salate che affiorano fra gli scogli; le mani acciaccate sono i rami nodosi degli ulivi che si allungano sull’erba. Non c’è più distinzione fra l’uomo e la natura, solo un unico inspiegabile sodalizio che li ha visti crescere insieme, e compenetrarsi. Ecco perché è difficile immaginare un binomio del genere. E’ di certo più facile, per il classico turista, limitarsi a guardarli nella loro apparenza, quei cittadini del mare, e a giudicarli per quello che fanno: li vedrebbe spesso chini a potare ulivi o a raccogliere le uve dorate che sono la loro gioia, e le donne a rammendare le reti dei pescatori lontani. Ma è qui che, invece, il semplice turista dovrebbe trasformarsi in qualcosa di più, in un testimone, come lo sono stati loro, prima ancora che lui e la sua macchina fotografica fossero creati. E, una volta calato nei panni del testimone, provare ad osservarli nella loro banalità, e capire, finalmente, come il fatidico binomio li abbia invece trasformati, conducendoli ai giorni nostri intatti nella loro gloria di piccoli grandi pescatori e pionieri della viticoltura.
Un attimo di riposo in mezzo all’ombra accogliente della pineta, cullati dal richiamo di un falco che cerca il suo nido, e siamo subito pronti a ripartire percorrendo la rete di sentieri che attraversa queste terre, individuando facilmente i cinque borghi principali del frastagliato tratto di costa che va dalla Punta di Montenero a Punta Mesco: dal capoluogo della Spezia camminando a ponente ecco che incontriamo Riomaggiore, Manarola poi Corniglia, Vernazza e infine Monterosso al Mare. Tutte bellissime ed ugualmente suggestive, dotate di un proprio singolare fascino.

Scalinata Monesteroli

Ma vediamole nel dettaglio.

Riomaggiore, la più orientale delle Cinque Terre, è situata nella valle del torrente da cui prende il nome, l’antico Rivus Major per i Romani, ed è sormontata dal monte Verugola, le cui tre cime vengono raffigurate nello stemma comunale. L’abitato è composto da ordini paralleli di case costruite alla maniera Genovese, che seguono in una ripida discesa il corso veloce delle acque. Il nuovo quartiere della Stazione, così chiamato in seguito all’arrivo della linea ferroviaria, è situato invece nella vicina valle del torrente Rio Finale, che un tempo segnava il confine estremo del borgo. Interessanti da vedere sono la chiesa di San Giovanni Battista e l’oratorio di Santa Maria Assunta, dove è possibile ammirare un delizioso trittico quattrocentesco. E’ da Riomaggiore che inizia il sentiero più bello, e più romantico, che si snoda tra le colline delle Cinque Terre, la Via dell’Amore, che prosegue nel Sentiero Azzurro collegandole fra loro. Fra le strettissime curve di questo sentiero a ridosso del mare, arriviamo a Manarola forse il più caratteristico dei borghi per via delle tipiche case-torri, in perfetto stile genovese; segnatevi la chiesa di San Lorenzo, e fateci un salto, non ve ne pentirete.

Corniglia, l’unico borgo a non affacciarsi sul mare, sorge sopra un ripido promontorio roccioso. Le sue case mantengono l’impronta tipica dell’entroterra, più basse e squadrate, e il suo monumento più importante è la Chiesa di San Pietro, la cui facciata in marmo è impreziosita da numerose decorazioni, fra cui un meraviglioso bassorilievo che raffigura un cervo, l’emblema del paese.

Vernazza è la più austera delle Cinque ed è dominata dai resti del Castrum, una serie di fortificazioni medioevali risalenti al XI secolo. L’abitato è costituito da due file di case parallele che si affacciano sulla via centrale, e perpendicolarmente, dalle ripide scalinate, le cosiddette Arpaie.

E alla fine ecco Monterosso al Mare, il più grande, il fratello maggiore per così dire. E’ composto principalmente da due insediamenti ben distinti, il borgo antico (paese vecchio) e quello più recente di Fegina. Nel primo sono facilmente reperibili la Chiesa di San Giovanni Battista e il Castello dei Fieschi, mentre a Fegina si possono ammirare il Gigante, una impressionante statua in cemento armato che sembra scolpita nella roccia, e Villa Montale dove soggiornò il premio Nobel per la letteratura.

Tutti e cinque i borghi non sono altro che il risultato di una storia millenaria, costellata di sacrifici e innumerevoli insidie. Già le cronache militari romane testimoniano come le tribù liguri abbiano rappresentato un forte ostacolo alla colonizzazione del territorio, tanto da costringere i nuovi arrivati ad abbandonare le loro mire d’ambizione per insediarsi rapidamente nella piana lunense della Val di Magra. E’ però nel Medioevo che cominciarono a delinearsi le cinque diverse borgate, quando le popolazioni della Val di Vara superarono la catena costiera che le separava dal mare per andare ad abitare permanentemente nel suo litorale. Questa vera e propria migrazione fu dovuta principalmente e due eventi storici comuni a tutta l’Europa: l’incremento demografico e la liberazione del Mediterraneo dalla minaccia saracena, nonostante le Cinque Terre mantengano ancora intatte le fortificazioni che un tempo le hanno difese dagli ultimi attacchi dei pirati. Naturalmente, venendo dalle montagne, la prima preoccupazione di quelli che erano sempre stati contadini fu bonificare il territorio che non era assolutamente adatto alla pratica agricola. Da allora cominciarono a svilupparsi i primi terrazzamenti sulle colline e, in seguito, una sempre maggiore confidenza con l’ambiente marino. Col trascorrere degli anni le Cinque Terre divennero sempre più particolari e, nel corso delle epoche, sono giunte a noi non soltanto come immagine nitida e meravigliosa delle gesta che furono, ma anche sotto l’imparziale penna di artisti e letterati quali Dante Alighieri, Vincenzo Cardarelli, Giuseppe Arigliano, Telemaco Signorini e il già citato Eugenio Montale. Merito forse della natura selvaggia in cui ci si imbatte, o forse del mare, la cui bellezza abissale è paragonabile anche a quella delle sue terre emerse. Non a caso la zona è stata dichiarata Area Marina Protetta; se la stagione lo vuole, e la giornata è propizia, potrebbe capitare anche di vedere le balene, o un gruppo di delfini che giocano fra le onde. La cucina, d’altro canto, ricalca la tradizione umile del luogo: i piatti di oggi anche quelli elaborati o rivisitati traggono vita e non si discostano da quelli di un tempo, nel rispetto dei profumi e dei sapori di una volta, e a farla da padrone è il pesce di scoglio, insieme a quello azzurro che si trova più al largo (fra cui le orate, le acciughe, i branzini e le ricciole), insaporito dal timo, l’origano e la maggiorana, tutte spezie che crescono in larga misura nella zona. Per gustare al meglio le portate, un olio di oliva eccezionalmente saporito, ed una incredibile varietà di torte di riso, di verdure e minestroni vegetali.
Pochi i piatti di carne, quasi del tutto limitati a pollame e conigli d’allevamento. Inutile poi dilungarsi sulle raffinate sinfonie dei superbi vini bianchi che certamente gli intenditori conosceranno, anche se è d’obbligo citare il pregiato Sciacchetrà, un vino dolce di passito preparato con la migliore uva della zona. Ma attenzione a non abusarne, è facile lasciarsi sedurre la suo sapore e ritrovarsi a barcollare!

Ed eccoci alla fine del nostro viaggio. Stanchi, probabilmente esausti, ma consapevoli di aver fatto qualcosa di grande, nel nostro piccolo: ci siamo calati nella parte dell’umile viandante che, a dispetto delle avversità, è riuscito a fare sua la tradizione di un luogo che l’ha accolto al meglio, capendo le genti e la storia che l’hanno reso grande. Ora non ci resta che una sola cosa da fare: chiudere il libro e ripartire per una nuova tappa, avendo però cura di lasciare un piccolo spazio di riguardo, nel nostro cuore, per una terra che oltre a darci i natali ha continuato  mantenere un fascino unico: la meraviglia dell’incredibile.

di Gino Giorgetti

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