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Le bollicine nazionali

Protagoniste indiscusse delle festività natalizie sono da sempre le “bollicine” ossia i vini rifermentati, sia stranieri che “nostrani”. La buona notizia è che il made in Italy, in questo settore di mercato, ha superato i colleghi d’oltralpe già da alcuni anni e regna sovrano nell’export internazionale con vini e spumanti sempre più raffinati e premiati, originati da espressioni di territori e vitigni coltivati e nati dalla passione per la ricerca della sublimazione del prodotto.

Pur considerando i diversi metodi di produzione tra gli champagne ed i nostri spumanti, il solo “Méthode Champenois”, definito anche Classico o Tradizionale, per i primi, e i due metodi “Classico o Tradizionale” e/o “Martinotti” o Charmat, per i secondi, è sicuramente prevalso, nella scelta finale della bottiglia, il gusto personale e l’utilità che si vuole ottenere dalla selezione nell’acquisto.

In realtà la tecnica della rifermentazione, seppure in forma embrionale, era nota nel nostro Paese dai tempi dei Romani ed è progredita nel Rinascimento per affinarsi con il trascorrere del tempo e la successiva rivoluzione industriale e tecnologica. Risale infatti al 1850 la nascita del primo spumante italiano ad opera di Carlo Gancia che sperimentò insieme al Conte Augusto di Vistarino il metodo tradizionale sui vitigni piemontesi del moscato bianco.

La differenza sostanziale tra i due metodi consiste nella rifermentazione in bottiglia per lo “champenois” o in autoclave per il “Martinotti”.

In ogni caso si creano vini spumanti di qualità i cui profumi, aromi, note minerali e di fragranza, dovute ai lieviti usati, si avvantaggiano rispetto ai classici sentori fruttati e floreali tipici dei vitigni utilizzati.

Le bollicine nazionali calici

Soffermandoci sulla produzione nazionale è doveroso ricordare che per il metodo Tradizionale si usano vitigni neutri sia a bacca bianca che a bacca nera dal Chardonnay al Pinot Nero, Bianco e Grigio, dal Pinot Meunier al Riesling fino ad ottenere buoni risultati anche con il Verdicchio, il Torbato e l’Inzolla. Per il metodo Martinotti sono scelte invece uve molto aromatiche che vanno dal Moscato Bianco o Giallo, alla Malvasia e al Bracchetto, senza disdegnare la Giera e l’Aleatico nero.

Da segnalare, inoltre, che, mentre nel metodo Classico le versioni più diffuse sono generalmente brut ed extra brut, anche se qualche produttore propone per gli amanti del rito dell’aperitivo delle versioni extra dry o demi sec abbinabile con dolci e portate specifiche, al contrario per gli spumanti Charmat esistono versioni extra dry e brut.

Le zone di produzione sono prevalentemente nell’Alta Italia, dalla Franciacorta al Trentino, dall’Oltrepò Pavese all’Alta Langa, non dimenticando il Veneto con la produzione Lessini Durello ed anche la nostra Liguria con gli ultimi brand creati da vitigni di albarola, vermentino e cimixià.

Il nostro Paese ha una varietà di uve che lo rendono tra i più ricchi al mondo nel genere, senza paura di competizione con altri stati, e da cui derivano prodotti con un felice rapporto qualità prezzo che talvolta sorprendono noi stessi consumatori per le loro caratteristiche di tipicità.

L’alta versatilità offerta dai vini spumanti metodo classico secchi in funzione della loro spiccata acidità, consente un abbinamento culinario oltre che con l’aperitivo anche con piatti semplici e complessi come le fritture dove riesce a mitigare l’untuosità e la grassezza del cibo, inoltre, la sapidità di questi vini riesce ad armonizzare la tendenza dolce di alcune pietanze dai crostacei ai frutti di mare, dagli affettati ad alcune carni bianche ai formaggi stagionati e a pasta fiorita o lavata.

La selezione della bottiglia e del brand giusti rimane comunque sempre personale e pertanto nel nostro ambito non passeremo in rassegna le varie marche ma lasciamo ai lettori la possibilità di essere consigliati dai sommelier dei ristoranti, dai produttori e dai venditori in modo da scoprire tutte le migliori cantine locali e nazionali per trovare il vino che potrà regalare le emozioni e i ricordi migliori.

di Gino Giorgetti

 

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