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28 Lug, 2023

I Borghi del Magazine: Lerici

 

Come un sorriso, nella costa che si affaccia sul Mar Ligure ad oriente, i promontori frastagliati si ritagliano uno spazio vitale che va oltre il semplice contrarsi. I pini odorosi che vagano uguali a sciami e ammantano questi dirupi profondissimi, sono tanti, selvaggi, e come la roccia, vanno oltre il semplice fiorire. Non c’è da meravigliarsi che in questa salubre insenatura siano annoverate perle di uno spessore che richiamano turisti da tutto il mondo e fra i più influenti, già preceduti da personaggi come Lord Byron, Mary e Percy Bysshe Shelley.

E dunque, nella virgola di quel sorriso che si apre col nome di Golfo dei Poeti, con Porto Venere, ad un capo, e La Spezia a guisa di anfitrione, che Lerici si apre all’estremità opposta, diventando per noi l’argomento di un’estate che non è ancora e del tutto terminata. Conosciuto come uno dei borghi marinari più famosi della Liguria tutta, fresco come un giardino nasce al centro di una piccola rientranza naturale, denominata Seno di Lerici, ed è preceduto dall’abitato di San Terenzo che, in verità, è una naturale prosecuzione del centro più frequentato lericino.

O forse il contrario. Il paese è un calmo agglomerato di case che dalle colline, dai loro terrazzamenti, digradano al mare, costruito da semplici pescatori, per la maggior parte, anche oggi abitato; lo si visita in una giornata appena, degustando un gelato sulla passeggiata del lungomare Vassallo, che corre per tutto il tragitto delle spiagge, sempre dritti verso l’imponente promontorio dove il castello di Lerici, più una fortezza in verità, vi ha scrutati quasi invisibile tra una curva e l’altra della banchina, contrapposto al gemello più piccolo e misconosciuto di San Terenzo, epoca stimata 1400.

Approdo sicuro per i naviganti e scalo commerciale sulle rotte di Genova e gli arcipelaghi Toscani, nel medioevo, alle primissime dipendenze dei vescovi di Luni, la baia si era ricoperta di gloria come poche altre località hanno saputo fare altrettanto bene, sfruttando risorse, clima e territorio.

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I Borghi del Magazine: Lerici

 

Bisogna figurarseli, i baroni imbellettati, chiusi nello sfarzo delle loro carrozze, sfrecciare sui sentieri collinari di Pugliola, Muggiano, verso la piazza del paese, catturando con occhio pigro il miraggio di un aranceto, dei pini mossi dal maestrale sceso dalla Francia, con addosso un pensiero rivolto all’azzurro mare che spuma, e si gonfia, su un bagnasciuga meno frequentato di oggi ma comunque gremito di signorine col costume integrale.

Vicinissimo poi, l’estuario del fiume Magra, una sorta di terra di confine fatta di acque che scorrono tra i canneti, rilucendo di rugiada la mattina presto e del colore degli ultimi martin pescatore al tramonto. Un posto che ci è capitato sicuramente di trovare in ogni fiaba quando il narratore allude ad un porto di mare tranquillo, servito da un’osteria asserragliata da bricconi, il cuoco intento nei suoi intrugli di pesce, il guazzetto di scorfano pronto nel paiolo, con i gendarmi che pattugliano l’avamposto commerciale sotto il castello di re e regina, da noi invece muto nelle sue

14 merlature, eretto dai pisani, e con poco lontano, il palazzo Doria. Un gruppo di devoti non si serve della lussuosa carrozza, ma di sandali e fatica, a capo chino su una diramazione li porterà al cammino per Santiago di Compostela. L’origine del nome, di que- sto borgo, non ha un rimando chiaro: si pensa rimandi a Portus Illycis, dal greco “Iliakos” o da Mons Ilicis, monte dei lecci.

Oggi, Lerici non è cambiata eccessivamente da quel quadro ad olio, dipinto a colori pastello se non fino al verde luminoso delle colline, mantenendo la tipica pianta medievale di strette casette a uno o due piani, asserragliate come occhi socchiusi, infastiditi dal sole, tra le fila dei carruggi lastricati con le loro brave pietre a vista. Il castello è diventato sede del museo geo-paleontologico, il quartiere ebraico del ghetto è la zona serena di contrade e porticati dove i bambini giocano a nascondino, Villa Magni, che in origine si affacciava direttamente sul mare, ai piedi del promontorio Marigola che divide idealmente San Terenzo da Lerici, nelle cui stanze hanno soggiornato i poeti inglesi, è un fantasma perduto a malapena ammantato di malinconia.

La strada carrabile, cambiando direzione dalla più frequentata litoranea, si getta quasi di colpo in mezzo a San Terenzo, che d’estate è diventata il cammino ideale per i devoti dei bagni in compagnia, non più di cuoio i sandali, ma di gomma colorata. Le spiagge della Venere Azzurra, di granelli bianchi fini come porporina, la diga degli sco- gli, subito svoltando verso destra non appena si accede al paese, preziosa risorsa di cospicue scottature per i più intraprendenti, sono indubbiamente il richiamo più accreditato per i turisti.

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I Borghi del Magazine: Lerici

 

Di quello che rappresentavano, queste distese lattiginose dove il mare, come una tavola, si ripercuoteva incessantemente e senza l’assedio del popolo delle città, resta poco, è vero. Eppure, anche se la maggioranza decide di limitarsi ad un’avventurosa ricerca del posto migliore non oltre le nove del mattino, e solo fino all’o- ra di pranzo, perché poi il ligure medio ha fame e vuole andare a prendersi un “tocco” di focaccia dal chiosco, mentre il turista vuole provare il ristorantino a gestione familiare, ingenuo lui, abbandonando armi e bagagli e recandosi in pellegrinaggio fino alle prime traverse della Lerici vera e propria, credendo di trovare intatto il posto scelto ad uopo tra lo stabilimento e la zona in ombra, ci sono gruppi di locali, li conti sulle dita di una mano, che di Lerici e San Terenzo, delle loro spiagge gremite, conoscono anche altre sfumature più delicate, ancora fiduciosamente aggrappate a quel abbaglio di fine ottocento, di favola.

Vi ricordate le perle a cui accennavamo? Queste persone sono i loro custodi, figli e nipoti dei pescatori di una volta. Quando vanno a Tellaro, all’estremo oriente del Golfo dei Poeti, frazioncina aggrappata su uno sperone roccioso e recensita come “uno dei borghi più belli d’Italia”, non usano l’unica via carrabile che svetta sul mare, passando per Maralunga e Fiascherino, ma percorrono i sentieri che dai borghi sovrastanti scemano verso la baia, sfidando le agavi e i vigneti sui terrazzamenti, con la canna da pesca o la fiocina per le verdesche, se fanno i subacquei, e potete giurarci, che anche se non hanno seguito un corso ufficiale, tutti quelli che vanno alle spiagge al confine con Ameglia, o sulla scogliera, hanno imparato a trattenere il fiato sott’acqua prima ancora di camminare.

Fiascherino, o Fiascaìn, sulla scogliera a metà trada tra Lerici e Tellaro, è la gioia delle mamme e dei vecchi signori abbronzati che hanno fatto la guerra, si sdraiano sulla spiaggia libera, a cui si arriva dopo una scalinata di duecento gradini, e ci restano fino a che non li senti sfrigolare, i bambini invece sono intenti in abluzioni continue nello specchio d’acqua calmo e poco profondo. L’arenile qui è cortissimo e il sole arriva a tarda mattinata, ma il mare è pulito tanto da far trasparire ricci gonfi e purpurei, e la luce resta fino a tarda sera, e poi, via, è famosa per la natura che la circonda, tra una quercia e una vistosa macchia di ulivi che danno le giuste pennellate d’ombra. Alle altre spiagge di Fiascherino ci arrivano anche i profani, un po’ più avanti lungo la strada asfaltata per Lerici. Se non si è custodi del sapere genitoriale leri- cino, non è consigliabile avventurarsi per i pendii alberati perché i dirupi sono scoscesi e le tane di vipere non sono rare.

Per contro, e questo è un segreto che i locali condividono centellinando le indicazioni, in quest’ansa a metà strada tra Lerici e Tellaro chi possiede una imbarcazione propria avrà il privilegio di raggiungere le spiagge di Punta Corvo e Punta Bianca, o fermarsi per un ora o più di meraviglia tra le molteplici calette, alla ricerca di polpi e murene tra le formazioni coralline che affiorano a pelo d’acqua.

Dall’alto, arrivati in questo lagunoso paradiso, sarete osservati dagli occhi indiscreti di volpi e falconi, nel sistema collinare che da Ameglia si getta dritto in bocca al Parco naturale regionale di Montemarcello-Magra. L’area protetta va dall’ambiente fluviale del basso corso del fiume fino alle pinete secolari sopra Punta Bianca, così chiamata per via della roccia calcarea che cattura, in un candore abbacinante, gli spostamenti del sole fino al cuore del Caprione e, seguendo l’entroterra, toccando le vegetazioni lussureggianti di Riccò di Golfo e Pignone, ormai sconfinando nella misteriosa atmosfera dei boschi della Val di Vara.

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I Borghi del Magazine: i nostri consigli

 

E dunque, al viaggiatore attento che ormai conosce i nostri appunti di viaggio, cosa resta da dire?

Fasti mai dimenticati, un’aria salubre, che come in tutto il levante si riempie di una note dolce, resinosa, e che ci ricorda tra quella della salsedine che mare e montagna sono sempre un connubio unico, sono la texture ideale del suo soggiorno a Lerici e San Terenzo. Si ritaglierà uno spazio nei ricordi, caro come i pomeriggi passati ad aprire, con le mani, e degustare, con l’acquolina in bocca, i “muscoli” appena appena scottati nelle cucine degli alberghi, seduti comodi sulle terrazze che danno sul bagnasciuga, lo sciabordio delle onde a cullare un sonno ristoratore, e la mattina, di gran carriera, ad esplorare mille è più borgate verso La Spezia e le Cinque Terre, che come atolli di mondi incastellati, ognuno per conto proprio, gravitano intorno alla quiete di un posto e di genti legati alla semplicità di un sorriso, di un aggiustare di reti, di un movimento abile che sui gozzi, così diversi dai natanti in vetroresina dei turisti, il moderno scorrere dell’abitudine, porta pescatori e figli di pescatori al largo, assieme alle correnti e a banchi di ricciole.

Lerici, invero, non solo sarà per lui un caposaldo che lo inviterà a tornare in quel di La Spezia, ma il crocevia per orientarsi tra frazioni di case colorate di rosa, pievi, chiese e campanili, e percorsi che non conoscono l’asfalto, ma solo terra e muschio, e che non dimenticano mai, nel loro serpeggiare silenzioso, di guardare alla vastità del golfo e dei suoi tesori.

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