I Borghi del Magazine: Bagnone
Il caro, vecchio J.R.R. Tolkien raccontava di una ultima casa accogliente dove il popolo elfico aveva preso dimora, circondandosi di boschi e torrenti prima che le terre selvagge insidiassero i domini che erano i loro e degli uomini.
Ad essere del tutto onesti, a questa casa accogliente, chiamata nella traduzione Italiana “Gran Burrone”, non era facile arrivare, se non attraversando le vie fluviali o i ponti di pietra che la collegavano oltre il tuffo delle acque tumultuose.
Di quello che narrano i libri, ognuno può immaginare molto, poiché la stessa immaginazione non ha confini di sorta, eppure, in un qualche modo più legato ad una proiezione serale, mistica, ammantata di nebbia e di incubi di vario genere, noi la nostra “Gran Burrone” la abbiamo in una piccola striscia di terra – piccola si fa per dire – a cavallo tra la Liguria, l’Emilia e la Toscana.
Tale striscia, conosciuta con il nome di Lunigiana, già Terra dei Cento Castelli, delle Strade “del Vino”, si incunea nell’Appennino Tosco Emiliano in un disegno che sembra incoerente, fatto di boschi, forre profonde e pinete in cui ancora gemono le volpi nelle ore che precedono le razzie, di ambienti diversi tra loro come gemelli di un parto molto numeroso, sebbene di diversi padri, mondi diversi, mondi senza un perché, montagne dove c’è il mare e laghi dove c’è la neve, dove l’inverno morde i calcagni e l’estate regala frinire di grilli sotto le stelle. Un anfiteatro naturale che parla di vette ammantate a Zeri ed al Cerreto, e di cave che rilucono tanto da accecare a Carrara, la roccia viva che viene depredata in favore di una bellezza ancor più unica che rara, il suo marmo purissimo.
I Borghi del Magazine: Bagnone
In realtà, la natura, dove si forma il triangolo di Pontremoli, il più a nord, Villafranca Lunigiana e Fivizzano a completarlo, ha steso generosamente i suoi colori più brillanti e niente è lasciato al caso. Sottoboschi di mirtillo e more selvatiche, praterie di vetta, quercete assolate e persino rade torbiere, sono l’emblema di un esperimento di biodiversità che nemmeno gli elfi, nei libri, saprebbero accudire con la stessa premura di cui la natura selvaggia, vera signora della Lunigiana Interna, sa usare nei con- fronti dei suoi figli.
Nel centro esatto di questo triangolo fatto di paesaggi carsici, fiumi e delicate specie floristiche, nel giardino che si fa man mano più incolto, ponti di pietra solcano le acque del torrente Bagnone per catapultarci indietro di almeno mille anni.
Il borgo, che porta il suo nome, si fa incontro al viaggiatore attento quasi all’improvviso, ce lo dobbiamo immaginare, ora, a cavallo, con un’innalzarsi di case alte e strette, le finestre come occhi che spiano, i tetti in ardesia e i portici in arenaria.
Un castello, maestoso, domina dall’alto, e il suono delle campane, per la messa del mattino, giunge come inaspettato in un silenzio rotto unicamente dal vociare delle cascatelle, qualche metro più in basso rispetto all’arco di pietra, e dalle grida, occasionali, degli uccelli pescatori che sorvolano l’abitato.
Oggi come un tempo il cavallo è stato sostituito dalle automobili, e sicuramente il rumore di fondo è diverso, ma l’aria che si respira è pulita, fresca, rinvigorisce i polmoni.
I Borghi del Magazine: Bagnone
A Bagnone “ci stanno” gli “elfi”. E’ matematico, poche case sparute che si arrampicano sul fianco di un colle, che è propaggine del Monte Sillara, sepolte tra gli alberi della vallata, non le vorrebbe nessun altro. Ma sono elfi con una tempra diversa, questi, non intavolano conversazioni col primo straniero che si ferma alla locanda, non fanno con- cili, badano, con ragione, ai loro affari. All’incrocio di importanti vie di comunicazione, e dei commerci più fiorenti del vino, delle coltivazioni, dei reperti antichi dei Liguri Apuani che ora solo nei musei è possibile ammirare, ci si deve tutelare.
Gli orchi possono passare spesso inosservati. La storia infatti ci insegna, e laddove la lussuria sfrenata dei signorotti dello Spino Fiorito ha portato gli elfi più antichi a chiedere il protettorato dei Fiorentini, gli stessi luoghi vedono gli “Elfi” di oggi diventati affabili padri di famiglia, vivandieri, pastori, ma anche studenti in gamba, che si informano e lavorano, ma con un occhio di riguardo che mai perdono alla vita rurale, ai valori sinceri, onesti, degli incarichi che producono sudore, oltre che soldi.
In questa Gran Burrone anche un po’ sinistra, i fantasmi girano per gli acciottolati, si nascondono nelle piazze, gli alberi dai rami che s’incoccano come frecce sugli archi e sembrano forche, sotto lo sfondo lattiginoso del cielo, stavolta di marzo, con l’avvento della nuova primavera.
Quasi si respira l’odore di bruciato delle pire delle streghe. Miraggi, che un semplice transitare del camioncino del latte lascia dissolvere. Nelle piccola comunità di Castiglione del Terziere, Iera e Treschietto, tra i ruderi delle fortezze Malaspiniane, cozzano ancora le spade, ridono e si abbuffano i principi, i conti e i marchesi imberbi. Ma suvvia, siamo nell’epoca moderna, fatta di ruggine e metallo, e anche loro, come i più umili fantasmi destinati alle strade, quando una coppia giovane si apparta per rubarsi un bacio, spariscono.
Le antropomorfe statue stele, datate all’età del ferro, ci prendono in giro con i loro sorrisi finti, la mezzaluna delle facce confuse, appena abbozzate, nel castello del Piagnaro a Pontremoli, a Casola o a Mulazzo, è un riflesso neanche troppo pallido della luna che brilla alta, tonda, in un cielo quasi privo di nubi, in giugno, richiamate dalla loro signora e madre – la natura, solo qualche mese in autunno.
La meraviglia di aver viaggiato nel tempo
Gli Elfi di questo strano tempo moderno, non più vasai, artigiani, macellai e bottegai, si tramandano a bassa voce la cronaca di una delle più grandi piazze mercantili della Val di Magra, nel suo porticato si rievoca a dicembre, con la festa del patrono, San Nicola, lo sfarzo e la gioia dei contadini profusa nel celebrare il santo. Ma le primizie dell’orto, quelle sono buone sempre.
Non si combattono più le invasioni, ma si fanno crociate verso la sostenibilità e la tutela dell’ambiente; non si costringono più le belle figlie vergini del mugnaio a ballare nude sotto le stelle, ci si stringe la mano entrati nella cantina, pronti a sedersi per una degustazione di vini; non si gioca d’azzardo nella taverna del centro, scommettendo il cavallo, ma si entra in punta di piedi nelle biblioteche e nelle librerie dove gli echi di gesta lontane restano accuditi con affetto.
Però, nonostante tutto, basta guardare fisso in punto per immaginarsi ancora vestiti di tonaca e mantello elfico, vale il fischio di un pastore in alpeggio che chiama i suo grosso cane da guardia per fantasticare di una creatura mannara dal pelo ispido, pronta a popolare gli incubi dei bambini, ci si accontenta, sempre con solerzia, di quei pochi chilometri, una settantina, che zigzagano tra le balze, andando verso l’alto, verso il cielo, verso la libertà.
Ma ci si libera da che cosa, esattamente, a Bagnone?
Dai sensi di colpa. Dal fatto di aver smesso di sperare che in certi luoghi, anche inaspettati, sopravvivono le creature fantastiche, le leggende di dame, stregoni e fatture eseguite ad arte da nonne che si celano tra le massaie del paese, mani impastate di farina e dita robuste che sgranano baccelli. Quando si supera il ponte sopra Il torrente Bagnone, dove l’occhio spazia e vede solo il verde, nel mantello della sua sposa, la montagna, si è obbligati a dismettere i panni dei ricchi uomini d’affari per tornare un po’ più fiduciosi, magari pure un po’ bambini, e sotterrare quel senso di colpa cocente che si trasforma ben presto in stupore e meraviglia.
La meraviglia di aver viaggiato nel tempo.
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