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Attualità di Dante nei 700 anni della Divina Commedia

Si fa naturalmente un gran parlare di Dante in questo 2021 ed è davvero un gran bene che sia così! Occorre però essere anche originali, perché sennò parlare di Dante diventa come una chiacchiera banale. Una prima cosa da affermare con la massima chiarezza è la vera natura letteraria della Divina Commedia: con il suo capolavoro immortale Dante ha inteso precisamente donare alla cultura occidentale il poema che mancava alla Cristianità. Osservando, infatti, che le altre due radici identitarie – la greca e la romana – i loro capolavori li avevano prodotti, eccome (come noto, la prima i poemi omerici e l’altra l’Eneide virgiliana), Dante si avvide del fatto che il Cristianesimo, in 1300 anni, non aveva invece offerto alcunché di equivalente. È ben vero che il Cristianesimo ha da sempre il Vangelo, mentre i poemi classici sono fondamento di essi stessi, ma il Vangelo è un testo di natura teologica, mentre un Poema della Cristianità non è la stessa cosa. Occorre considerare con attenzione che per Dante la Poesia è un valore sommo, capace cioè di contenere in sé ogni altra valenza salvifica: al pari della preghiera per i teologi, la Poesia, per l’Alighieri, è un potentissimo mezzo di elevazione, per cui egli si prodigò affinché la plurimillenaria tradizione evangelica si fregiasse di un’opera che non solo ne cantasse, ma anche ne sancisse il primato assoluto.

i 700 anni della divina commedia Dante statua

Con il suo impegno, dunque, Dante, mantenendo quanto di buono era stato fissato dagli antichi sistemi greco e romano (anticipando in ciò l’intero Movimento Umanista), ha inteso stabilire i termini di una cultura sapienziale sviluppata su di una morale e un’etica che non esita a dichiarare superiori a qualsiasi altro sistema di pensiero, classico o contemporaneo che fosse. In pratica, il Vangelo e la Divina Commedia – entrambi capolavori della Cristianità – sono due autentici Big-bang nella Storia, con la sola differenza che mentre il Cristo trattando dell’Uomo urla il divino, Dante trattando delle cose divine, urla l’umanità. La seconda cosa che va stabilita è che su questa summa impressionante, frutto di un sincretismo che definire geniale è quasi riduttivo, si è subito edificata la Modernità. Pare indubbio, in effetti, che l’Evo Moderno abbia trovato inizio proprio quando sulla scena della Storia ha fatto la sua comparsa clamorosa nientemeno che la Divina Commedia. L’efficacia dell’opera dantesca è stata praticamente immediata e la sua diffusione fissa il momento esatto in cui si chiudono le porte del Medioevo e si spalancano quelle della Modernità. In altre parole, con la Commedia pubblicata – esattamente 700 anni fa – il mondo non fu più lo stesso. Non è quindi il 1492, anno della scoperta delle Americhe, a segnare la nuova epoca: si tratta solo di una data convenzionale, in verità assai tarda. La datazione va antergata al 1300, la data ideale dell’uscita del Dante-personaggio dalla Selva oscura. Non è un caso che, ai primi del Cinquecento, Raffaello Sanzio inserisca nei celeberrimi affreschi della Stanza della Segnatura «tanto così detto “Medioevo” […] in tanto Rinascimento» (Aldo Agazzi) ponendo l’Alighieri in una posizione assolutamente centrale: i Rinascimentali (pure lo stesso Michelangelo), ma ancor prima di loro tutti gli Umanisti (Boccaccio, lo stesso Petrarca che scrive I Trionfi in terzine dantesche, ma pure tutti i neoplatonici dei circoli fiorentino e urbinate), riconoscono in Dante il loro unico punto di riferimento costante: una vera stella polare.

Attualità di Dante nei 700 anni della Divina Commedia

Un’ultima cosa di cui si è parlato molto a proposito del Dantedì, è la datazione precisa dell’uscita di Dante dalla “Selva oscura”. Sappiamo che il poema è il racconto di un viaggio attraverso l’Aldilà che si svolge nell’arco di sette giorni, esattamente quanti furono quelli che, per tradizione biblica, sancirono la Creazione del Mondo e sappiamo pure che la Pasqua nel 1300, anno di ambientazione del poema, cadde al 10 di aprile. Ora, se facciamo uscire Dante dalla “Selva oscura” – come si sente dire spesso – alla data del 25 marzo (inizio dell’anno nuovo in Firenze secondo il computo ab incarnazione Domini), la Pasqua, in quello che abbiamo detto essere il “Poema della Cristianità”, viene a mancare del tutto: dal 25 marzo al 10 di aprile, infatti, corrono ben più di 7 giorni. Se rivolgiamo, invece, le nostre attenzioni all’8 di aprile, Venerdì Santo – l’altra data proposta in tutti i commenti in circolazione – la Pasqua la si festeggia sì, ma in Inferno, il che, in verità, è addirittura peggio.Allora, siccome il punto d’Ariete, cioè l’equinozio di primavera, è bene indicato da Dante già nel Proemio (il primo canto dell’Inferno), il punto cruciale per la determinazione della Pasqua non può che essere l’annuncio del plenilunio che Dante fa, puntualmente, in Inf., XX, 127: «e già iernotte fu la Luna tonda».

Si dà il caso, però, che il fenomeno astronomico in quel mese di aprile del 1300 cadde con precisione al giorno 5, ma dal 5 al 10 corrono 6 giorni, non 7. Quest’ultima impasse si risolve brillantemente analizzando con attenzione il termine «tondo» alla voce in Enciclopedia Dantesca, che in Dante vuol dire sempre e soltanto “approssimativamente circolare”, non “circolare” o “sferico”; tondo, per intenderci, è un arancio, non una biglia, non una sfera, e dunque tondi non sono né il Sole né la Luna quando la vediamo piena. Ciò significa che il plenilunio era ormai prossimo, ma non si era ancora verificato al momento dell’uscita di Dante dalla «Selva oscura», la quale fuga avvenne dunque il giorno prima, il 4, di modo che al settimo giorno, il 10, Santa Pasqua, con la visio Dei posta al termine del poema, si ha il Trionfo dell’Uomo nel giorno dell’anniversario del Trionfo di Dio, e allora tutto torna. In pratica, la conclusione della Divina Commedia vede le campane della Pasqua di tutto il mondo prodursi a mezzogiorno nel più maestoso dei saluti a Dante, il Campione dell’Umanità, colui che con la sola forza della Poesia ha compiuto il viaggio più grande della Storia.

Che il Veltro sia sempre con noi.

di Mirco Manuguerra

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